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La situazione europea dopo le recenti elezioni: intervista alla dottoressa M. Van De Steeg

 

Marianne Van De Steeg è una ricercatrice dei Paesi Bassi presso l’ Istituto Universitario Europeo, esperta delle dinamiche e delle politiche della UE. Relatrice in molti congressi sul tema della formazione di una opinione pubblica comunitaria, ha pubblicato i sui lavori più recenti sul  European Journal of Social Theorye e sul  Berliner Debatte Initial

 

Quale è il dato generale che emerge delle elezioni europee del 2004?

Secondo gli ambienti accademici, è la delusione. La delusione per la grande astensione nei “nuovi” Paesi. Inoltre, come sempre,  proprio il concetto di Unione Europea  è stato assente. Se si deve studiare il dibattito, la formazione dell’opinione pubblica europea, il momento meno indicato in assoluto è, per assurdo, la campagna elettorale europea. I temi dell’Unione non sono discussi, e non ci sono elementi comuni tra i vari paesi. Nel 2004, l’unico argomento comune è stata la questione irakena, ma ciò non in una ottica europea, ma sempre in stretta relazione con la politica propria di ogni singolo paese. Questo poteva essere un argomento unificante, ed invece, da Zapatero a Blair, è stato gestito con forte significato nazionale.

 

Allargamento: quali conseguenze nel sistema di governo della UE?

Il più grande cambiamento è che alcuni paesi che prima avevano due commissari (F, GB, D, I, E), adesso ne avranno uno solo. I commissari, prima, erano 20, e già erano troppi per una gestione efficiente. Adesso saranno 25, uno per stato. Ma il cambiamento più difficile da digerire per gli stati membri è stato quello delle votazioni nel Consiglio dei Ministri, dove è cambiato il peso relativo di ogni Paese. Questo, senza scendere nei particolari tecnici, favorisce i “piccoli”. In contrasto, è stata approvata una norma per cui le decisioni si prendono anche in base alla popolazione. Quindi, la maggioranza si raggiunge con i voti ponderali di ogni paese, e se essi rappresentano una certa percentuale degli abitanti d’Europa. Tutto questo, a mio avviso, ha però poco senso, perché presuppone che tutti i paesi piccoli o i paesi grandi si coalizzino in due gruppi contrapposti. Invece spesso la contrapposizione è fra i paesi che vogliono andare più avanti nell’integrazione europea (Francia, ad es.), e paesi che frenano (Regno Unito).

 

Quale è il tuo giudizio sulla elezione di Barroso a Presidente della Commissione Europea?

Il fatto è che l’UE non vuole un altro Jacques Delors, ovvero un uomo di grande carisma, prestigio e  che possedeva una reale idea, una visione di Europa che voleva (e poteva) realizzare. Delors si sapeva muovere con grande capacità politica. È stato lui, ad esempio, affidando ai presidenti delle banche centrali invece che ai ministri la gestazione dell’Euro, che ha reso possibile superare la assoluta opposizione britannica. Quindi, Santer, Prodi, Barroso, sono, in realtà, Presidenti al ribasso. Lo dico con tutto il rispetto, ma le loro figure sono state minori. Barroso  poi appare realmente “l’uomo dei governi” e non della Unione, come denunciato dai Verdi durante il dibattito sulla sua conferma. Per dirla chiaramente: un personaggio di poco peso, che non deve dare, e non darà, fastidio ai Paesi Membri.

 

Parliamo della figura istituzionale di Prodi: è stato un buon presidente o no?

Lo devo dire: non buono. Questo non è un mio giudizio personale, ma quanto è emerso dai miei contatti internazionali. Ad esempio, in un recente congresso di studio a Berlino sulle prospettive dell’Unione, dove pure fu criticato tantissimo Berlusconi e il suo governo, quasi tutti i relatori hanno criticato le scelte di Prodi. Negli ultimi anni specialmente, Prodi ha contribuito a ridurre il potere e l’influenza della Commissione attraverso, ad esempio, il suo atteggiamento sul Patto di Stabilità: mentre il commissario Solbes ha tentato di mantenere ferme le regole del Patto, Prodi (ben prima della famosa riunione dei Ministri delle Finanze gestita da Tremonti, quando Francia e Germania furono “salvate”), fece una dichiarazione nella quale affermava che il Patto non era poi così importante, delegittimando il suo stesso commissario, e dando un chiaro segnale di “liberi tutti” ai paesi insolventi, che ne hanno immediatamente approfittato. Questo è stato ampiamente commentato dalla stampa internazionale. Ad esempio, un quotidiano di centrosinistra olandese,  de volkskrant, affermava il 27/1/02: “Prodi prende a calci il patto di stabilità”; non è un titolo tenero. Invece il tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, dal suo punto di vista conservatore, ha pubblicato una lunga serie di articoli negli ultimi due anni di forte critica al presidente su questo tema. Egli inoltre, non ha seguito in modo attivo o sufficientemente attento la convenzione per la Costituzione europea, delegando un suo sottoposto a presenziare alle riunioni. La sua assenza ha fatto sfuggire, circa un anno fa, una opportunità di compromesso decisamente buona elaborata dalla Germania. In definitiva, le trattative sono state fatte dai soli paesi membri, senza la presenza del “diretto interessato”: la Commissione, che rappresenta non singoli interessi, ma quelli della Europa come insieme. L’ultimo atto di delegittimazione, nei confronti della presidenza ma soprattutto di sé stesso, lo ha commesso nel periodo della incertezza sul suo ruolo come leader della Lista Unitaria. Le cancellerie continentali hanno percepito questa “scesa in campo” e i dubbi sulla sua stessa candidatura alle elezioni, dubbi mai smentiti definitivamente per mesi e mesi, come una sorta di dichiarazione di interesse primario per la politica italiana. Addirittura, il 5 dicembre 2003, come testimoniato da un articolo del progressista The Guardian del giorno successivo, il ministro degli affari comunitari britannico MacShane (un Laburista, quindi) ha direttamente richiesto a Prodi di dedicare la sua intera attenzione all’ Europa, o di dimettersi. Ciò ha aperto una piccola crisi tra il Professore ed il governo Blair, crisi superata nelle affermazioni ufficiali, ma non nel merito. Questo è stato devastante, ed ha bruciato parte della stima di cui Prodi aveva goduto in passato. Cito, a supporto di questo, il durissimo editoriale dell’Economist del 1° aprile scorso, intitolato sarcasticamente “l’uomo del rientro”, nel quale si criticava l’impegno del presidente per la Lista che ne porta idealmente il nome. Solo una settimana più tardi, sempre l’Economist attaccava nuovamente, denunciando la “disintegrazione della Commissione Europea” con un pezzo intitolato “sorry, penso che io debba andar via”….

 

Come è stato giudicato il siluramento di Monti e la designazione di Buttiglione?

Monti è stato sempre visto come un uomo capace, che conosceva il suo mestiere. Era visto, mi spiace dirlo, come un italiano anomalo, rispetto alla media dei vostri politici a Strasburgo e Bruxelles, cioè assenteisti, approssimativi, poco attenti alle cose europee*. Monti è stato stimato, e anche temuto, per esempio da Chiraq, che avrebbe voluto mani libere su certe scelte di sussidi e aiuti protezionistici alle aziende francesi. Non ha mai guardato in faccia a nessun potere. Comunque, non ha mai rinnegato le sue origini liberiste e, in un senso europeo, di destra. Per questo la offerta del centrosinistra italiano di candidarlo come presidente della Lombardia lascia molti dubbi. Il nuovo commissario europeo, Buttiglione, è sembrato a tutti più l’esponente degli interessi propri di Berlusconi e di una parte politica, piuttosto che il segnale che l’Italia si impegnerà nei temi europei. Lo afferma, saggiamente, Sylos Labini. E’ un premio personale a Buttiglione più che la volontà di pesare nella costruzione del futuro dell’Unione.

* Stando alle ultime rilevazioni, l'Italia vanta il record di assenteismo al Parlamento europeo. Il nostro paese ha infatti una media di presenze alle sessioni plenarie del 68,64%, contro il 79,54% della Francia e l'89,49% della Finlandia (i primi in classifica). L'eurodeputato con il maggior numero di assenze è Marcello Dell'Utri (Forza Italia), su 280 sedute non c'e' stato per 239 volte.

 

La sua cultura conservatrice e profondamente cattolica avrà influenza sulla scelte future?

A dire il vero, aveva modo di influenzare più pesantemente la politica europea sui temi dei diritti civili e della laicità da ministro del governo italiano, in quanto, nel consiglio dei ministri europei, avrebbe rappresentato uno stato membro, in certi casi avendo potere di veto. Da “semplice” commissario (), avrà più potere di stimolo su una singola  e ristretta materia, ma non potere decisionale. Ancora non sappiamo che commissariato andrà a coprire, ma pare proprio che sostituirà Monti alla Concorrenza e Antitrust. Per un ministro del governo Berlusconi, scandalosamente coinvolto in una intollerabile serie di conflitti di interessi, è veramente il colmo.

 

 

 

a cura dello staff tecnico democrazialegalita.it